Questo articolo è apparso sul numero di giugno-luglio 2001 di Spoletoscienza Magazine in occasione del convegno La nuova Odissea tenuto a Spoleto dal 4 al 15 luglio.
Professor Fabbri, nell’articolo Scienza, tecnologia e troppa retorica pubblicato il 20 settembre scorso su La Repubblica, Aldo Schiavone individua nelle biotecnologie e nell’intelligenza artificiale – oltre che nella comunicazione globale – le forme del nostro futuro dove l’intreccio tra scienze e tecnologie si fa determinante. Che cosa ne pensa in proposito?
Io credo che al centro di tutto vi sia il problema della gestione sociale della tecnologia, ed è importante che lo si consideri fuori dai falsi profetismi e dalle dis-topie. La tecnologia ci pone oggi questioni di natura filosofica, precisando beninteso che oggi pensare filosoficamente escludendo la tecnologia è fare dell’ideologia. Tengo a precisare però che questo quadro è quello di un semiologo, attento ai problemi di comunicazione e significazione, piuttosto che di un filosofo. Non ho invece l’intenzione di tornare sulle questioni della rete. Oggi Internet non è un problema da definire: è un ambiente in cui viviamo.
Quali sono allora i problemi che Lei ritiene ancora da definire?
Il problema da risolvere riguarda la natura dell’uomo. Mi spiego: abbiamo sempre operato per migliorare le specie animali e vegetali per incroci ed innesti; ora c’è la possibilità, anzi l’imminenza di lavorare anche sull’umano. È cominciata una battaglia commerciale non solo sul DNA ma sulle possibili varianti d’allevamento dell’uomo. Le nuove tecnologie proposte dall’ingegneria genetica, la clonazione, la riflessione bioetica sugli embrioni ci pongono quindi davanti a dilemmi di antropologia filosofica.
Ad esempio?
Ad esempio, la ridefinizione dell’Umano inteso però in senso tecnico, cioè cosa si può riprodurre e in che misura farlo evolvere. Penso al dibattito tra Peter Sloterdijk e Jurgen Habermas in Germania, dove si sono agitati vecchi spettri eugenetici. Qualcuno ha detto che siamo passati dal socialismo come soviet più elettricità, al liberalismo come platonismo più genetica! In ogni caso: dovremo ripensare il principio della genesi dell’uomo, la sua nascita e genealogia e riscrivere forse un codice antropo-tecnico? Non potremo nasconderci dietro principi di precauzione formulati ad hoc, che possono anche essere il contrario della prudenza.
Altre “novità intellettuali” per gli anni prossimi venturi?
L’altra novità sta nel fatto che siamo passati da un concetto di sublimità naturale – la visione della natura come qualcosa di minaccioso e violento verso cui l’uomo si poneva in un atteggiamento di ammirazione e considerazione – ad un concetto di protezione controllata, per evitarne la manipolazione selvaggia, se non la distruzione. Sublime diventa l’uomo e la natura è fragile canna al vento. A questo punto, urge una ridefinizione della condizione della vita naturale e degli animali oltre che dell’uomo stesso. Non ci si può permettere senza gravi conseguenze uno stallo intellettuale ed emotivo, cioè la mancanza di coraggio nell’affrontare l’ipotesi di un rinnovo antropologico scaturito dalla manipolazione della vita.
Non crede che sia troppo presto per tracciare i contorni di una nuova evoluzione?
Ci troviamo davanti ad un problema che è immediatamente speculativo e politico. Siamo passati da una fase di depoliticizzazione ad una progressiva ripoliticizzazione provocata dall’evoluzione tecno-scientifica. Da parte della classe politica c’è oggi una volontà a definire i parametri entro cui si deve muovere la scienza? In ogni caso gli scienziati e le grandi lobby industriali si interessano di politica più del solito. E gli intellettuali?
Quando parla di riattivazione della politica si riferisce forse al “popolo di Seattle”?
Anche il cosiddetto “popolo di Seattle” entra in questo gioco. È un sintomo, quello, che non siamo in grado di costruire un Parlamento in cui si rappresentino contemporaneamente gli uomini e le cose. Fino ad ora infatti, abbiamo avuto una netta dicotomia: da una parte la scienza che “rappresenta” la realtà fisica e dall’altra i Parlamenti che “rappresentano” i soggetti politici. Come dice Bruno Latour, a tutt’oggi non siamo riusciti ad attuare il progetto della modernità che avrebbe dovuto compiersi con la costituzione di un nuovo tipo di Parlamento in cui attori umani e non-umani siano rappresentati insieme.
A me pare che tutto quello che sta succedendo oggi nella biologia e nell’ambiente – il fenomeno della mucca pazza, l’effetto serra, gli organismi geneticamente modificati, l’elettrosmog ecc. – indichi la necessità di eleggere in futuro un Parlamento integrato, capace di una nuova politica. Sappiamo quanto sia vana l’ipotesi di risolvere i problemi politici delegando gli esperti, sempre già politicamente coinvolti e sempre in conflitto.
Ci sono altre direzioni verso cui bisognerebbe muoversi?
Per tornare ai contenuti dell’articolo di Schiavone, un altro problema che si pone è che non ci si può fidare ciecamente dell’intelligenza artificiale e del suo sviluppo. Ne è prova la difficoltà che abbiamo nel rappresentare le componenti emotive. È necessario affrontare la costruzione articolata del senso, cioè del significato nella relazione tra mente e corpo, tra sema e soma. Per esempio, nonostante il progetto antibabelico dell’intelligenza artificiale, esiste a tutt’oggi una diversificazione prodigiosa fra le lingue. (A proposito l’inglese non prevarrà in futuro!). Una delle grandi questioni del futuro saranno le lingue e le traduzioni tra lingue, che inevitabilmente trasformeranno le assegnazioni di senso e valore. Compreso il senso e valore del Tempo e quindi del Futuro.
Alcuni vedono il futuro come profezia di valore, altri pensano che il futuro in realtà sia qualcosa di già prescritto – mi riferisco ai fondamentalismi religiosi – altri ancora pensano che il futuro sia implicito nella tecnologia stessa. Certo lo sviluppo delle tecnologie include il futuro come una sua normale prospettiva di evoluzione. Ritengo invece che ci sia un aspetto politico altamente costruttivo che implica scelte radicali da compiere. Basti pensare alla sostituibilità prevedibile di alcune parti del corpo umano con organi animali o col silicone o addirittura la sostituzione del corpo intero con oggetti di nanotecnologia.
(Ricordo in proposito il dibattito intorno alla relazione di Bill Joy che ha avuto luogo l’anno scorso a Spoletoscienza). A questo punto è importante chiedersi quale ruolo assegnare all’unicità dell’esperienza. Prendere decisioni sul fatto che l’uomo oggi possa selezionarsi come specie rimane un problema di costruzione di senso. Altrimenti il futuro sarà chiuso all’interno di un processo evolutivo di nuove tecnologie, un processo impensato.
Si deve allora pensare ad una pluralità di futuri e non ad un solo futuro?
È chiaro, abbiamo a che fare con diversi copioni, sceneggiature plurali di un futuro diversamente modalizzato. Vorrei allora chiudere con un’osservazione linguistica. Il futuro nelle lingue latine è diverso da quello delle lingue Sassoni. In queste ultime il futuro si costruisce con il verbo “volere”, ad es. “I will do”, il nostro futuro invece si forma con il verbo “dovere”. La forma latina in -bo è stata sostituita dalla forma attuale -rò per l’influenza della modalità del dover essere. Modalità che viene dal ruolo del futuro profetico nella cultura cristiana: “ciò che ha da essere”.
Insomma da una parte, il volere fare una cosa, dall’altra la necessità che essa accada: ecco due modelli di futuro. Ce ne saranno altri certo – per esempio, la self-fulfilling prophecy – ma è necessario che questi futuri vengano dibattuti all’interno, se non di un progetto, almeno di una previsione, o di un ripensamento antropologico radicale. L’aspetto costruttivo non si limita ad accompagnare la combinatoria delle mani invisibili della globalizzazione, ma richiede il prospettivismo sui valori.